MONFALCONE (Go). Rivivrà la chiesetta medievale di San Polet, distrutta dalle bombe.

MONFALCONE (Go). Rivivrà la chiesetta medievale di San Polet, distrutta dalle bombe.

Rivivrà la chiesetta medievale di San Polet, distrutta dalle bombe.
Come ogni storia interessante non manca un pizzico di mistero, e dunque anche sulla quattrocentesca chiesetta di San Paolo, di cui oggi resta solo un muro laterale corredato da monofora, vale a dire dalla sagoma di una finestra, aleggia un punto interrogativo. Come mai un edificio religioso prettamente campestre, che riuniva due borgate per un centinaio di famiglie, ha ricevuto un’intitolazione di così grande prestigio come la dedica all’apostolo numero due della Chiesa? Questo è una delle domande che si sono posti i due ricercatori Desiréè Dreos e Christian Selleri nel loro certosino lavoro di recupero storico “In ecclesia Sancti Paoli”.
Lo studio in due tomi ancora non pubblicati, finanziato dalla Fondazione Carigo e sostenuto dal Consorzio di bonifica isontina, in collaborazione con la locale sezione della Società friulana d’archeologia, getta luce sul valore non solo di un edificio, ma di un borgo e della sua gente.
La chiesetta di San Polet, infatti, rappresentava una delle costruzioni di origine medievale tra le più suggestive sul territorio. Sorto attorno al Quattrocento e in abbandono a partire dall’Ottocento, l’edificio purtroppo non è resistito – trovandosi a breve distanza dal fronte – alle granate della Grande guerra. Ciò che resta è visibile tra i campi di via Tomizza, nei pressi del nuovo sottopassaggio. E tuttavia il luogo di culto, delle dimensioni paragonabili alla chiesetta del Rosario (70 mq), ha rappresentato per secoli un punto di riferimento per molte importanti famiglie, alcune ancora oggi esistenti, come i Colautti (all’epoca specializzati nella lavorazione del legno), i Sanson (agricoltori) o gli Stagni(proprietari terrieri e medici).
Una comunità formatasi tra il Canale de Dottori e la linea ferroviaria, che celebrava puntualmente con una processione e una sagra San Paolo, affinché vegliasse sulle due borgate di San Polo e San Polet.
La chiesa, nota per il ciclo di affreschi dal sapore popolare dipinto dall’artista di provincia Nicolò Cumin, nel Cinquecento, è stata oggetto di approfondite ricerche avanzate attraverso la consulenza di alcuni importanti archivi, tra cui quello della curia arcivescovile di Udine, quella di Gorizia e dell’archivio storico di Monfalcone.
Si è inoltre spulciato tra atti notarili e catasti. «L’iniziativa – ha spiegato l’assessore alla Cultura Paola Benes – nasce dalla sollecitazione del comitato di quartiere di Aris San Polo, che si è rivolto al Comune per la tutela e la valorizzazione del sito. Quest’operazione s’inserisce nella conservazione del paesaggio per la custodia della memoria».
Fonte: Il Piccolo, 31 gennaio 2012

San Polet, l’antica chiesetta dei misteri.
C’era il santo cui appellarsi per mantenere buona la salute e quello in grado di scacciare buriane e calamità. C’era il protettore delle bestie, come pure delle coltivazioni agricole. E chi vegliava invece su gravidanze e cicli stagionali. Santi minori, si capisce, ma pur sempre gettonatissimi nel frangente in cui la comunità medievale sceglieva l’intitolazione di un nuova chiesa, in mezzo alla campagna.
Perché decidere un martire piuttosto che un altro, equivaleva a delineare le sorti di un villaggio, il futuro di una popolazione. Ed è per questo che resta a tutt’oggi un mistero l’anomala dedicazione a San Paolo di quel luogo sacro attorno al quale, fino all’Ottocento, gravitarono due borghi (San Poletto e San Polo) e di cui ora resta solo un lacerto di muro corredato da monofora, vale a dire dalla sagoma di una finestra. Appena quattro pietre ammaccate, tenute su da malta e rampicanti: un minuscolo, sbiadito ricordo dell’importante edificio che fu la chiesetta di San Paolo, situata tra Ronchi e Monfalcone, ai piedi dello Zochet. San Polet de la bela pitura, come recita una vecchia filastrocca popolare. San Paolo, quello della folgorante conversione sulla via di Damasco, rappresenta infatti il più grande missionario di tutti i tempi. L’avvocato dei pagani, l’apostolo delle genti, colui che insieme a Pietro fece risuonare il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo.
Solo trenta chiese in Italia sono singolarmente a lui dedicate: per una buona parte si tratta di cattedrali, per l’altra di edifici molto antichi, in centri di rilievo. Che c’azzecca dunque, San Paolo, con le genti contadine che avrebbero ingrossato, a partire dalla fine del Trecento, i borghi di San Poletto e San Polo? Se questa storia è ancora tutta da scrivere, soprattutto per mancanza di significativi indizi, qualcosa di nuovo, dopo lunghe ricerche è invece emerso. Per esempio il probabile sponsor delle opere. Potrebbe trattarsi, infatti, di un facoltoso signorotto veneto. Un paròn coi schei, come si direbbe oggi. Che forse per interessi sul territorio o per semplice devozione contribuì a rendere bello il luogo di culto attorno al quale, a partire dal Medioevo, s’intrecciò, sviluppandosi, la vita economica e sociale delle due borgate rurali.
Lo suggerirebbe, come illustrato dall’esperta Desirèe Dreos, autrice assieme a Christian Selleri di un’approfondita ricerca sul tema, un’immagine dipinta sulle pareti della chiesa e ricondotta appunto al mandante dei lavori: quella di santa Fosca. Martire del terzo secolo dopo Cristo, iconograficamente raffigurata con uno stilo nel petto e pressoché ignorata nei ritratti dei luoghi sacri della regione, è stata invece oggetto di culto diffuso entro i confini dell’allora Repubblica di Venezia. Di qui l’ipotesi maturata. Si sa con certezza, invece, che il nucleo originario della struttura data fine Trecento.
La chiesa era dipendente dai Benedettini, un ordine mendicante fondamentale per la nostra regione. I Benedettini, infatti, erano i monaci dell’ora et labora, che con zappa e saccoccia andavano a evangelizzare, colonizzandole, le aree rurali, affidando poi i terreni coltivati ai contadini e facendo così scaturire il primo nucleo di una comunità. Una comunità in questo caso formatasi tra il canale Dottori e la linea ferroviaria, che celebrava puntualmente con una processione e una sagra, il 29 giugno, San Paolo, affinché vegliasse sulle due borgate. E che essendo sprovvista per ovvi motivi di tivù, libri o fumetti, si ritrovava ad ammirare la narrazione del ciclo di affreschi realizzato dall’artista di provincia Nicolò Cumin. Non per niente, se Mofalcon xè quela de le alte mura, San Polet xè quela de la bela pitura, come appunto recita la filastrocca. E siccome la vita dei santi era una sorta di fiction dell’epoca, la carrellata di immagini contemplava la passione di Gesù dal bacio di Giuda fino all’arrivo delle vergini al Santo Sepolcro, ma vi erano anche, nella zona più intima dell’abside, la Natività, mentre all’uscita dalla chiesa si potevano notare i ritratti di Inferno, Purgatorio e Paradiso, sorta di memento mori da consegnare ai fedeli.

Dagli studiosi Dreos e Selleri nuove ipotesi sul sito.
Lo studio sulla chiesa di San Paolo e i suoi affreschi è stato condotto da Desirèe Dreos e Christian Selleri, i quali hanno effettuato un certosino lavoro di recupero della memoria intitolato “In ecclesia Sancti Paoli”.
Si tratta di uno studio in due tomi (ancora non pubblicati) finanziato dalla Fondazione Carigo e sostenuto dal Consorzio di bonifica isontina, in collaborazionecon la Società friulana d’archeologia, su input del Comune di Monfalcone.
Una ricerca basata sulla consultazione di parecchi archivi, religiosi e statali, nonché di atti notarili, che si spera possa offrire il la a uno scavo archeologico, così come avvenuto a San Canzian, con San Proto.
Della chiesa, oggi, rimane purtroppo solo un muro. Ma fino all’Ottocento vi si officiò messa. Secondo alcuni nel 1861, quando le funzioni si interruppero, un antico altare ligneo con decorazioni d’oro venne venduto a un orefice che lo distrusse per recuperare qualche grammo di nobile metallo. Nel 1807, invece, la chiesa fu profanata dalle truppe francesi e in seguito riconsacrata.
Preludio ai ben più gravi danni che, oltre un secolo dopo, i conflitti bellici avrebbero arrecato a San Polet. Durante la Grande guerra l’esercito italiano la usò infatti come riparo per le sue truppe, le quali anziché nutrire rispetto per il luogo lo adibirono a magazzino. E in seguito, come sostengono le autrici di Sacra Itinera, Liliana Mlakar e Liubina Deben, addirittura a stalla. Tant’è che nell’inverno del 1916 tetto e portoni furono demoliti per ricavarne legna da ardere. Il resto fecero le granate. Spariti per sempre gli affreschi, rimane ora, come si diceva, un solo muro. Al sito si accede attraverso una stradina in mezzo ai campi, dopo aver percorso tutto il nuovo sottopasso, entrando da via Tomizza.

Il filo rosso che unisce San Polo alla Turandot.
Sebbene le sue dimensioni fossero paragonabili alla chiesetta del Rosario, per una superficie totale di 439 metri quadrati, attorno al San Paolo, filiale della Marcelliana di Panzano, gravitava una nutrita comunità.
Originariamente le due borgate di San Polo e San Poletto risultavano composte da nuclei contadini, con ceppi familiari presenti ancora oggi sul territorio.
Della zona provenivano infatti i Sanson (perlopiù agricoltori), i Colautti (specializzati nella lavorazione del legno) e pure i più benestanti Stagni (proprietari terrieri), che diedero a Monfalcone un medico chirurgo.Ma non mancavano i vip.
Nella rosa di questi ultimi, lo ha riferito il ricercatore Christian Selleri, sicuramente figurava tale Antonio Torri che sposò la figlia di Gasparo Gozzi, fratello di Carlo Gozzi, il celebre autore della Turandot.
Anche in conseguenza delle figure di spicco che animarono, nei secoli, questa comunità si è portati a ritenere che al di là della sua natura prettamente rurale la chiesa di San Paolo fosse piuttosto ricca. Così si spiegherebbe la presenza del ciclo di affreschi dipinto da Nicolò Cumin, artista di provincia di epoca cinquecentesca, che una parte della critica ha forse descritto in maniera ingenerosa.
Alcuni storici, tra cui Silvio Domini, hanno citato inoltre la presenza di un altare ligneo, con decorazioni in oro, che sarebbe andato bruciato nella seconda metà dell’Ottocento.
E pure la bella statua di una Madonna con bambino. Il condizionale è d’obbligo poiché, stando all’ultimo studio di Dreos e Selleri, in nessuna delle pur dettagliate visite pastorali susseguitesi sul territorio monfalconese viene dato conto di questi due manufatti.
Circostanza strana, dal momento che negli atti custoditi dalla curia udinese, vengono perfino minuziosamente citati gli oggetti da trasferire fuori dalla chiesa perché, pur in presenza di lavori di ristrutturazione, essi contribuivano a dare un’immagine di disordine.
Autore: Tiziana Carpinelli

Fonte: Il Piccolo, 07-02-2012