Il figlio del sicomoro, di Cesare Feruglio Dal Dan.

Il figlio del sicomoro, di Cesare Feruglio Dal Dan.

Sinuhe, nella lingua di allora (Medio Regno 2064 – 1543 a. C.), significava appunto: figlio del sicomoro.
I motivi che spinsero la madre a dare quel nome al pargoletto non sono noti: poteva essere un omaggio alla dea Hathor, cui l’albero era dedicato, oppure una presunzione nemmeno tanto velata di paragonarsi alla dea, visto che era considerata la Venere di quei tempi. Ma il motivo poteva essere più banale e prosaico: le piacevano i frutti di quell’essenza, allora molto comune lungo le rive del Nilo.
In ogni caso, Le avventure di Sinuhe, fu un testo famosissimo: sono venuti alla luce più di trenta manoscritti, fra papiri e ostraka, che riportano quel racconto. Sicuramente fu molto popolare e, dal Medio Regno fino alla fine del Nuovo Regno (1543 – 1078 a. C.), rappresentò un esempio di scrittura per innumerevoli scolari: una specie di Promessi Sposi ante litteram.
Il testo è considerato un capolavoro della letteratura antica:… l’autore dimostra in più punti un attento interesse alle finezze del linguaggio e non rifugge dal lirismo né da un certo humor pittoresco. Egli sa alternare e variare le costruzioni sintattiche e sa coniare espressioni nuove e ricercate…1 Insomma, proprio un Alessandro Manzoni dell’epoca.
Sinuhe, protagonista del racconto, inaugura il genere letterario del romanzo storico e autobiografico.
Questa la trama: al tempo della congiura che portò all’assassinio del faraone Amenemat I (1994 – 1964 a. C.), ucciso da una sua guardia del corpo, Sinuhe, alto personaggio della corte, si trova con l’esercito guidato dal principe ereditario Senusert (Sesostri); viene a conoscenza dei “fatti della capitale” e, temendo di essere coinvolto, forse perché sapeva troppo o paventava una guerra civile, fugge. Dopo aver attraversato il Delta prosegue il suo cammino verso est diretto in Palestina. Spossato e assetato viene soccorso da una tribù di beduini2 che lo accoglie e inizia una vita da nomade tra il deserto del Sinai e il sud di Canaan.
Alla fine, dopo varie peripezie viene adottato dallo sceicco Amunenchi, principe del Retenu (regione dell’entroterra fenicio). Questi gli dà la propria figlia in sposa e gli offre le migliori terre della regione. Vivrà dunque nell’abbondanza, rispettato da tutti e circondato dalla sua famiglia. I suoi figli che, a loro volta, diverranno capi tribù.
Purtroppo, la sua fama e la fiducia accordatagli da Amunenchi suscitano gelosie e rancori. Un giorno, il campione invitto di Retenu, famoso per la sua abilità con le armi e nella lotta, sfida a duello Sinuhe.
Dopo una lunga notte di meditazione e di preparazione al combattimento Sinuhe affronta l’avversario, lo trafigge con numerose frecce e lo finisce con un colpo d’ascia. Il vincitore viene acclamato dai parenti e dagli amici.
Tuttavia, nonostante gli agi e le soddisfazioni, sente nostalgia per il suo paese natale, di cui riceve saltuarie notizie dai viaggiatori provenienti dall’Egitto.
Gli anni passano e, in tarda età, la nostalgia per l’Egitto diventa sempre più forte.
Senusert, divenuto faraone e avuto notizia delle sue prodezze, gli invia una lunga lettera sotto forma di decreto reale ove gli chiede di ritornare, promettendogli un’accoglienza amichevole e il beneficio della sua protezione. Il faraone ritiene inconcepibile che Sinuhe muoia in terra straniera e venga sepolto avvolto in una semplice pelle di pecora.
Pieno di riconoscenza, Sinuhe risponde a Senusert con una lettera nella quale giustifica la sua condotta:… Per questi motivi quest’umile servitore è stato costretto a fuggire, una fuga non premeditata, che non covavo nel mio cuore e che avvenne senza preparativi. Non so cosa mi allontanò dalla mia terra d’origine. Fu come una specie di sogno…
Dopo aver salutato gli amici, e lasciato i suoi beni ai figli, Sinuhe torna in Egitto come favorito del faraone, che gli dona una sontuosa villa circondata da un bellissimo giardino e gli fa preparare una tomba degna di lui.
Il racconto è scritto in prima persona come se il personaggio parlasse dall’aldilà. Anche qui ritroviamo il tema della supremazia della cultura egiziana, e appaiono evidenti i contenuti didattici e morali tesi a dimostrare che nulla si può trovare altrove che possa essere paragonato al modo di vivere egiziano. A voler essere cinici, si può proprio dire che, al di là dei pregi stilistici, si trattò di un’opera di regime tesa a onorare la figura del faraone e lo stile di vita di quel popolo.
Le avventure di Sinuhe ebbero un seguito anche nel secolo scorso: lo scrittore finlandese Mika Waltari (Helsinki 1908 – 1979) scrisse un romanzo storico intitolato “Sinuhe l’egiziano”3, traendo le vicende dal racconto originario, anche se ambientandolo al tempo del faraone Akhenaton (1348 – 1331 a. C.), collocandolo oltre seicento anni più tardi.

1. Marco E. Chioffi & Patrice Le Guilloux, “Le avventure di Sinuhe” ed. Duat 2004
2.
Dagli egizi chiamati Shasu.
3.
La prima edizione è del 1945, quella italiana del 1950.

Immagine: I geroglifici del nome: Sa n hue t con l’albero e l’egizio seduto che specificano trattarsi di nome di persona che contiene quello di un’essenza vegetale (il sicomoro).

                                                                                                                                        Autore: Cesare Feruglio Dal Dan