Un accettabile “disordine”, di Marina Celegon.

Un accettabile “disordine”, di Marina Celegon.

Lo storico greco Erodoto nel V secolo a.C. inizia così a descrivere i funerali egizi: “Le loro lamentazioni funebri e le sepolture si svolgono in questo modo: quando muore un congiunto, che goda anche una certa considerazione, tutte le donne della casa sogliono imbrattarsi di fango la testa o perfino il volto e, lasciato in casa il morto, aggirandosi per la città si percuotono, in vesti succinte e scoprendosi il seno, e con esse tutte le parenti”.
Tuttavia quando non vi erano abbastanza donne in famiglia per fare uno “spettacolo” adeguato o quando le signore erano di rango troppo elevato per prestarsi a simili atteggiamenti, allora si ingaggiavano delle lamentatrici professioniste. Queste, oltre ad annunciare come descritto da Erodoto la morte del defunto, prendevano anche parte al corteo del funerale, come nel caso di Merymery (XVIII dinastia) dalla cui tomba proviene l’immagine.
Nella scena del funerale compare un nutrito gruppo di lamentatrici, evidentemente delle professioniste, raffigurate in vari atteggiamenti apparentemente provocati dal dolore e privi di autocontrollo. Tuttavia i capelli sciolti e scarmigliati, gli abiti strappati, il battersi il petto scoperto, i pianti rumorosi, facevano tutti parte di una coreografia accuratamente studiata per enfatizzare, da un lato, il cordoglio di tutto il composto corteo che accompagnava la mummia alla tomba e, dall’altro, il rango e l’importanza del defunto.
I canti e i lamenti delle donne sono trascritti nel testo che accompagna l’immagine. Una delle donne si piega in avanti per raccogliere una manciata di sabbia con cui cospargersi il capo in segno di cordoglio ed il gruppo è anche accompagnato da una giovanissima “apprendista” che cerca di imitare le pose drammatiche delle adulte.
Tutti questi segni, che connotano il “disordine del dolore”, presentano un marcato contrasto con l’immagine calma e ordinata delle donne che è normalmente presente nel contesto dell’Antico Egitto, ad indicare che solo la morte rendeva socialmente accettabile un “disordine” altrimenti inimmaginabile.
Marina Celegon